martedì 2 gennaio 2018

Troglodyte in the Totem di Allegra Corbo

"L'arte è un modo di dire alla persone quello che non può essere spiegato con le parole." Anonimo


Totem dei Lepidotteri - Allegra Corbo

Come ho già avuto modo di raccontarvi, ho conosciuto Allegra Corbo a Jesi mentre ammirava la mia fotografia di Uri Moss che le ricordava gli anni trascorsi insieme ai Mutoid, in una ex cava di ghiaia a Santarcangelo di Romagna, a pochi passi dalle sponde del fiume Marecchia. Come promesso, il giorno dopo il nostro primo incontro casuale, ho raggiunto Allegra presso la galleria d'arte che la giornalista e insegnante Annalisa Filonzi ha allestito nella cantina della sua abitazione sita in via Mura Occidentali, 27 a Jesi. La visita alla Galleria USB è stata molto piacevole e particolare; non so se mostrerò fotografie di quando esposto in questo spazio dall'artista anconetana, poiché si è trattato di un'esperienza personale che ad ognuno di noi può dare sensazioni e significanze diverse: proverò però a descrivere quello che scendere in questa cantina buia ha suscitato in me.
E' stato come immergersi in un altro mondo, un mondo al di là del tempo e dello spazio. Visitare "Troglodyte in the Totem" è stata un'esperienza molto bella e interessante; la musica mi è stata di grande aiuto per introdurmi in questa atmosfera ovattata, anche se non capivo bene dove mi trovavo. Grazie alla piccola luce a led che mi è stata fornita prima di aprire la porta che si affaccia su una ripida scala di mattoni cercavo di orientarmi ed osservare cosa appariva nel buio della cantina. Ho trovato delle delle rappresentazioni di piccole figure femminili che sembravano fatte di ceramica, ma che in realtà erano disegnate su ossi di seppia appoggiati su piccoli cumuli di terra all'interno di nicchie nelle pareti. Con la lucina di posizione da bicicletta, mi era stata fornita anche la mappa della galleria con uno schema delle opere esposte; ero talmente disorientato che ho provato comunque ad avanzare casualmente, senza nemmeno sapere che cosa vedevo... TG

USB Gallery Jesi
Troglodyte in the Totem, schema delle opere esposte da Allegra Corbo.

Sul foglio di carta datomi da Allegra erano segnate alcune informazioni fondamentali che l'artista ha inserito nella piantina proprio per aiutare il visitatore a comprendere a cosa si trovasse di fronte. 
Ecco cosa mi hanno detto Annalisa Filonzi, la gallerista che ha anche curato la mostra, e Allegra Corbo, l'artista.

Annalisa Filonzi: Porto avanti il progetto della USB Gallery a cui ho dato questo nome proprio per far capire che questo spazio vuole essere un luogo di connessione tra le persone, ma anche di pensieri, esperienze ed emozioni. Mi piace la tecnologia e spesso mi sono interessata alla videoarte ed ad altri linguaggi contemporanei che si esprimono con media tecnologici. L'uso delle nuove tecnologie nell'arte mi interessa molto, anche se mi accorgo poi quello che ne esce mi emoziona meno rispetto all'arte realizzata in modo tradizionale.

Tony Graffio: Perché hai trasformato la cantina della tua casa in uno spazio espositivo?

AF: Ho utilizzato in questo modo la cantina della mia casa perché volevo uno spazio libero da ogni altro condizionamento e volevo portare lì le opere degli artisti che mi piacciono.

TG: Quando è nata questa Galleria? 

AF: Nel 2013, però non abbiamo un calendario preciso; grosso modo ho organizzato una mostra all'anno. Non mi occupo solo di questo perché io insegno italiano e storia in un istituto professionale della città. Volevo uno spazio privato in cui nessuno potesse influenzare le mie scelte e che mi desse la libertà di aprire quando voglio, perché sia io che gli artisti dobbiamo essere pronti ad aprire la mostra affinché possa funzionare bene. Una quindicina di giorni prima del vernissage partono gli inviti via email e la campagna stampa sui giornali che desiderano accoglierci tra le loro pagine cartacee o virtuali che siano.

TG: Sei un'appassionata d'arte? O sei una critica che segue anche altri eventi artistici?

AF: Sono una critica d'arte, nel senso che collaboro con Artribune e scrivo su questo giornale...

TG: Ma come? Mi ritrovo a fare pubblicità gratis per la mia concorrenza?

AF: (Ridendo) Eh, sì... Taglialo se vuoi...

TG: Ovviamente scherzo, so che Artribune ha più di 300 redattori sparsi ovunque, mentre io sono solo e faccio quello che posso esclusivamente per passione... Tornando a noi, a che anno risale la tua casa?

AF: Ho fatto un po' di ricerche ed ho scoperto che questo edificio ospitava una ex-filanda intorno ai primi anni del 1900, perché prima del 1909 in catasto non ci sono notizie. La proprietà è passata a varie famiglie fino a quando è diventato l'ambulatorio medico di mio suocero. Poi, noi abbiamo acquisito altre stanze contigue sistemando il tutto come lo vedi adesso destinando la cantina, quando possibile, all'arte.


Allegra Corbo e Annalisa Filonzi davanti alla porta della Galleria USB.


AF: Con lei ci siamo conosciute alcuni anni fa ad una mostra collettiva al Museo Nori de' Nobili di Trecastelli. Da allora ho iniziato a seguire Allegra più da vicino fino a quando è nato questo progetto che si chiude oggi.

TG: Non saprei come definirla, potremmo dire che questo esposizione che hai organizzato nella tua cantina è una "mostra esperienziale"? Oppure è un allestimento in un "site specific"?

AF: Sì, le opere sono nate proprio per essere esposte in questo spazio, potrebbe forse spiegarlo meglio l'artista, ma la visione dell'ambiente ne ha sicuramente influenzato la creazione suggerendone il tema e poi man mano la costruzione.

TG: Io con un nome come il mio non posso farti solo domande facili; vorrei chiederti qualcosa di un po' più "graffiante": posso provare a farti qualche domanda, magari un po' banale che però possa farmi comprendere meglio alcune cose?

AF: Fai pure.

TG: Apprezzo questo tipo di arte, ma poi come la si può fruire privatamente da collezionista? Questi pezzi dell'artista sono in qualche modo commerciabili? O servono solo a far parlare di sé?

AF: Io mi chiamo gallerista, ma in effetti lo sono solo fino ad un certo punto, nel senso che la USB è una galleria non commerciale; è più un punto d'incontro. Certo, mi fa piacere creare un rapporto tra il collezionista e l'artista, però questa non è un'opzione sempre così scontata... Questo spazio mi permette di organizzare situazioni di questo tipo, perché se fosse una galleria commerciale sarebbe anche un modo per banalizzarle acquistare opere di questo tipo. I pezzi sono in vendita però non è questa la parte più importante della loro presentazione al pubblico.

TG: Quando trovi dei pezzi nati appositamente in un luogo specifico non è facile decontestualizzarli e proporli in vendita per collocarli in altri posti. Vero?

AF: Sì.

TG: Vengono più che altro vissuti come ricordo di un'esperienza?

AF: Potrebbe essere anche così; però una cosa bellissima che mi ha dato questa mostra è stato il fatto che tutte le persone che poi uscendo all'aperto in cortile sono riemerse dal buio hanno trovato un particolare di un'opera sempre diversa in cui si sono riconosciute. La mostra è stata letta in modi diversi dai vari visitatori e c'è stato un rapporto diverso con ogni singola opera, per questo immagino che sia possibile apprezzare un pezzo piuttosto che un altro e desiderare possederlo. Che chi ha visto a suo modo queste figure femminili o chi ha ritrovato in esse un rapporto controverso con le amiche...

Allegra Corbo: Tu non hai letto il foglio dello schema introduttivo, ma le prime opere che incontri sono le amiche. Poi ci sono le danzatrici, anche se non sono intente a danzare.

TG: Mi ha fatto molto effetto trovare questi ossi di seppia molto chiari distesi sulla terra scura, perché mi hanno trasmesso un senso di femminilità che si trova proprio nel rapporto tra il corpo femminile e la fertilità della terra.

AC: Quelle forme alle quali ti riferisci sono le Veneri, ovvero delle piccole-grandi madri.

TG: Ti confesso che non ho toccato gli ossi di seppia, ma ho toccato la terra, perdonami, ma io amo sempre toccare tutto.

AC: Hai fatto bene. (risate)

Annalisa Filonzi: Massima libertà.

TG: L'idea dell'allestimento artistico e del percorso al buio è nata in accordo tra voi due?

AC: Sì.

AF: Lo ha costruito molto l'artista, io ero quasi all'oscuro di tutto... Beh, conoscevo il concetto che voleva esprimere, ma fino al momento dell'inaugurazione non ho visto le singole opere. Il merito è tutto di Allegra che è anche stata molto generosa nel mettersi in gioco con questa mostra...

TG: Scusami Allegra, come sai io non ho letto la tua presentazione, puoi dirmi quel grosso tronco che si appoggia sulle scale che cosa rappresenta?

AC: E' un tronco di mareggiata per metà dipinto di bianco e rivestito in parte con foglia d'oro. Un mio amico fotografo ha trasferito un medium su si esso in modo che lascia passare un'immagine che diventa quasi un tatuaggio su questa superficie.

TG: Interessante.

AC: Molto... quello è il Totem dei Lepidotteri.


Il cortile che porta alla Galleria USB.

TG: Avete avuto molto pubblico?

AF: Tantissimo. Di solito per l'inaugurazione arrivano almeno un centinaio di persone, cosa che è già un buon successo per noi. Il passa parola generato dal buon gradimento della visita richiama poi altra gente. In questa occasione, ho sempre avuto la casa piena di persone, fino ad ora abbiamo raggiunto circa i 250 visitatori.

Allegra Corbo: Certamente, siamo a Jesi e non a Milano...

TG: Guardate che anche a Milano la situazione nelle gallerie d'arte non è molto diversa, se non proprio in occasione di esposizioni di opere di nomi molto conosciuti o di ricorrenze particolari. Anche lì l'affluenza maggiore, se non l'unica, avviene in concomitanza con il vernissage... Al MAC di Lissone, un museo di arte contemporanea a sette minuti di treno da Milano, con ingresso gratuito, il pubblico si presenta per l'inaugurazione delle mostre temporanee in qualche centinaio di individui e poi ogni tanto capita che qualcun altro vada a vedere ogni tanto se c'è qualcosa di nuovo, ma tutto questo entusiasmo per andare nelle gallerie d'arte e nei musei di arte contemporanea non mi capita di vederlo tanto spesso...

AC: Infatti la gallerista è rimasta stupita del fatto che qui siamo riusciti a ricevere costantemente persone che volevano visitare la mostra, anche al di fuori della giornata dell'inaugurazione.

Annalisa Filonzi: Sicuramente, il fatto che molti abbiano apprezzato le opere di Allegra ha indotto coloro che ci hanno visitato a diffondere la gioia della loro esperienza ad altre persone per portarle qui a vedere quello che loro avevano scoperto.

TG: E' sicuramente un'esperienza positiva che ti permette di rientrare meglio in contatto con te stesso. Sembra particolarmente adatta ad un pubblico femminile, oppure si sente che è qualcosa pensato dalle donne?

AC: Ne stavamo parlando proprio ieri riguardando i commenti dei visitatori. Io non ho lavorato sul femminile e non ho fatto un lavoro pensando a tutti i riferimenti del femminile; ma è come se si fossero ritrovati lì. Ma al tempo stesso è lì anche tutto il maschile che c'è in me o che forse può mancare... E' anche un trittico da considerare che è composto dal figlio, dalla madre e dalla grandemadre che poi sono le tre età della vita: bambino adulto e vecchio.

TG: Mi piacciono molto le ricerche sul tempo e le età dell'uomo. Annalisa, questa mostra dobbiamo assolutamente prorogarla e farla vedere ad ancora più persone.

AF: In effetti, c'è addirittura chi ha richiesto la permanenza di questa mostra...

TG: Ok, perfetto, allora lo scriveremo prossimamente su Frammenti di Cultura... e anche su Artribune.

AF: Sarebbe bello, ma poi come farò con tutti gli artisti di futura programmazione?

AC: Mi piacerebbe che questa mostra venisse esposta anche da altre parti e che ogni volta cambiasse qualcosa.

TG: Va bene, proveremo a portala a Milano allora... In effetti, abbiamo uno spazio che potrebbe andare bene per questa mostra, proprio perché non è uno spazio esclusivo, ma uno spazio intimista. Mi spiace che i nostri amici del Basement avrebbero potuto avere una bella esperienza in questa galleria in cantina, ma non è detto che non vi conosciate e facciate anche voi qualcosa insieme a loro. Devo dire che abbiamo vissuto parecchie coincidenze sincroniche con Allegra e aver avuto la fortuna di vedere la sua mostra proprio prima che chiudesse, a poche ore dalla mia partenza di Jesi, si aggiunge a quelle già sottolineate che ci hanno portato a conoscerci e a riflettere su queste cose.

AC: Mi ha fatto piacere che tu sia passato a visitare la mia mostra.

TG: A questo punto so che ci tenevi a leggermi le parole che hai scritto come presentazione della mostra e che hai affisso sulla parete interna della cantina, prima della discesa nel profondo di ciò che hai fatto e che simboleggia anche la discesa verso il nostro io profondo.

AC: Lo leggo perché tu non lo avevi visto durante la tua discesa.

TG: Fai pure.

AC: Troglodyte in the Totem. Casa di Annalisa. Qui abita con il marito e il figlio; è una casa antica di Jesi, era parte di una filanda dove si lavoravano i bachi per la filatura della seta. Apparteneva alla famiglia, si scende per i cunicoli scavati per la conservazione delle cose. Il sotterraneo ora è la galleria di Annalisa. Mura piene di tempo, ricordo, vita, corpo, dolore, tradizione, amore, fantasmi, cellule, cosmo. Per me torna ad essere un caverna. Qui non si racconta nulla, tutto è qui da tempo, nel buio luminoso e fresco della terra nel suono sordo dell'acqua e del corpo quando ti tappi le orecchie del pianto che ti rimbocca i polmoni alla nascita. Si entra, si respira, ci si ferma. A volte manca un po' l'aria. E' tutto bianco nella cecità del volo. E' tutto nero quando ci si reimmerge nelle radici della nostra famiglia. In fondo c'è un uovo e degli ossi di seppia, per me è come entrare nel mio corpo. Ci sono diverse donne che sono tornate sempre differenti, sempre le stesse. L'arte non esiste qua, solo il buio luminescente e perlato nel nero di seppia. Un reame sottoterra dove avremmo trovato radici se fossero rimasti gli alberi. Qualche albero c'è ancora, ha le vene al posto delle radici.

TG: Allegra, la tua arte è particolare, non credo che tu la pensi per un ricavo economico, ma perché senti di voler esprimere quello che hai dentro...

Allegra Corbo: Io non so nemmeno che cosa sia il commercio. Magari lo sapessi... sarebbe più proficuo per me, ma quella non è proprio la mia storia.

TG: Qual'è la tua soddisfazione nel presentare un tuo lavoro? Sta nel piacere di mostrare o nel piacere di comunicare e far capire il tuo pensiero? O sta nel pensare e creare?

AC: Ultimamente, ho capito che quello che fa un artista o che faccio io, che non so se sono per forza un'artista, è un agire che non viene nemmeno troppo elaborato. Non c'è una grande progettazione, ma un'azione creativa per me indispensabile e vitale. Non potrei fare a meno di fare quello che faccio. E' un fare che al tempo stesso è abbastanza inconsapevole e abbastanza sacro. E' poi chi guarda il mio lavoro che vede l'aspetto artistico di ciò che ho fatto. Io non mi pongo nei termini di chi fa arte; io interpreto qualcosa e forse esprimo un messaggio che a volte non so nemmeno spiegare da dove provenga. Fondamentalmente, trasmetto un messaggio. Questa mostra è nata in questo modo: con Annalisa abbiamo analizzato lo spazio a nostra disposizione e abbiamo proposto questo passaggio della discesa nel buio, della famiglia, della casa e di tutti queste informazioni che si stringevano sempre più fino a portarmi a questa figura di colui che abita in una caverna come un troglodita.

TG: A livello psicoanalitico la casa ha un significato ben preciso; nei livelli più alti dell'abitazione sta la spiritualità ed i sentimenti più elevati, mentre nella parte più profonda e nelle cantine troviamo le parti più basse degli istinti umani. Può essere che tu abbia voluto analizzare un rapporto del genere che scavasse nell'interiorità più nascosta delle persone che sono entrate in questo spazio?

AC: Io la vedo esattamente al contrario questa formula. L'altro giorno un ragazzo che è passato di qua ha saputo esprimere questo concetto molto bene dicendomi: "E' come quando fai meditazione, entri in una profondità ed in un buio del tuo corpo che scende sempre più." E per scendere intendeva dire entrare in se stessi. Più scendi nel profondo di te stesso, più trovi la luce. Questa mostra è un po' così, può aiutarti a trovare quella parte luminosa del tuo essere, ma ci vuole un po' di tempo per raggiungerla.

TG: Le esperienze fatte dai visitatori, che poi ti vengono comunicate da loro, ti sono d'aiuto?

AC: Tutto quello che viene detto dai visitatori, e si tratta di considerazioni di tutti i tipi, sono parte della mostra e una parte dell'umanità. E' come se, attraverso gli oggetti che io ho disegnato, fatto, costruito e assemblato qui, loro trovassero un contatto con qualcosa di personale che poi mi raccontano uscendo dalla mostra. E' bello mettere insieme qualcosa dell'umanità e che si è formato grazie al tuo lavoro. O meglio, è bello che qualcosa che ho fatto risuoni in altri che poi riescono ad immedesimarsi nei sentimenti altrui e nei loro. C'è chi riesce a vedere il suo bambino mai nato; la madre scomparsa; il proprio corpo operato o si ritrovano prima della loro nascita. Ci sono molti tipi di interpretazioni.

TG: Vite precedenti?

AC: Anche. E molti escono da quella porta con un gran senso di pace. E' strano che al buio con una piccola torcia vedano tutte queste cose e trovino la pace. Di solito al buio le persone hanno paura, qui nemmeno i bambini hanno avuto paura. Tanti bambini sono scesi da soli e l'hanno fatto più di una volta.


Poso insieme ad Allegra per mostrare un'altra strana coincidenza: sia lei che io indossiamo un ciondolo d'argento coniato a mano più di 60 anni fa, proveniente dal Rajastan, si tratta di un gioiello molto raro che rappresenta una divinità guerriera indù.

Chi è Allegra Corbo
Diplomata come Maestro d'Arte in Oreficeria e arte dei Metalli, presso la Scuola d'Arte Mannucci di Ancona, si laurea in Pittura all'Accademia di Belle arti di Bologna. 
Dal 1988 al 2004 collabora come attrice, performer, scenografo, scultrice e tecnico con: la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio, il circo cyberpunk Mutoid Waste Co., poi Mutek di Joe Rush, con Officine Alchemiche e Mama Ferox. 
Dal 1996 espone a livello nazionale e internazionale in gallerie, happening e festival di arte contemporanea e della scena di arte Visionary, Underground e Pop e partecipa ad eventi di Arte Urbana con murales, grandi collage, stendardi, sculture di fuoco, performance, editoria. 
Dal 2008 al 2014 è Direttore Artistico del festival Pop UP! Arte Contemporanea nello Spazio Urbano (a cura di MAC-Manifestazioni Artistiche Contemporanee) ad Ancona, dove presenta artisti italiani e internazionali in sperimentazioni istallative e wall painting di grandi misure, progetti site-specific e Street Art. 
Dal 2008 al 2014 è Art Director nel team della MAC-Manifestazioni Artistiche Contemporanee per progettazione, cura e allestimento di eventi e mostre di arte contemporanea (Pop UP! Arte contemporanea nello spazio urbano, LucidAncona, Videodromo, Area Spazio, Jasad-The Arab Body, Hanging, Officine del Colore Naturale, ecc). Art director e Tutor di Mac, nei workshop, con studenti ed artisti: Pop Up! Contest di Poster Art (con studenti del liceo artistico) Pop Up! The City (con gli studenti della facoltà di Design, Hongik University di Seoul, Korea: interventi di Arte Urbana nel quartiere degradato di Daheango) Area, spazio per comunicare (progetto per i giovani, pensato per costruire uno spazio comune, attraverso il linguaggio della parola, gestuale, grafico, artigianale, digitale, che finalmente sfocia nell'azione artistica). Officine del Colore Naturale (un progetto di ricognizione e valorizzazione delle potenzialità artistiche presenti sul territorio regionale; laboratori tra i giovani talenti marchigiani, con artisti e artigiani dal profilo internazionale e imprese locali, per dar vita a un movimento attorno alla téchne del colore naturale).
Nel 2015, progetta Vertigo Truth, una istallazione urbana e di street art nel Parco Sculture di Mutonia (comunità artistica Mutoid Waste Co.) a Santarcangelo di Romagna con l'artista Su-e-Side. 
Dal 2012 iniziano anche le sue attività nel campo dell'infanzia e adolescenza con i progetti Children in the Forest, Lupus et Agnus (trekking di Arte Urbana con le fiabe di Esopo), Cadavre esquisit (un “racconto” surreale per un libro-murales-tableau dipinto con i bambini su pagine giganti), Cosmogenio Specularum, the mirror is everywhere from Butterfly to Face (un lavoro sulla specularita' delle forme della natura per poi elaborare e inventare maschere e proto-libri, con ragazzi del liceo). Cantiere artistico con studenti delle Accademie di Belle Arti, durante la residenza artistica di Urban Superstar Show 2012, a Cosenza - collaborazione artistica con la scuola libertaria e montessoriana Serendipity di Osimo (Ancona) Nel 2010, pubblica il libro illustrato Aletheya e Cartataglio (in collaborazione con l'artista Andreco), stampati a mano in serigrafia da Strane Dizioni, e nel 2011 il libro Two Way Project Italy / Lebanon (progetto collettivo tra artisti italiani e libanesi, a Beirut).
Dal 1996 pubblica su riviste, magazine e fanzine. Art director per I libri Pop Up! The Book e Intruders di Luca Forlani (entrambi di Franco Cosimo Panini Ed.). 
Dal 1988 ha esperienze professionali come scenografo e tecnico luci con teatri, festival e compagnie di teatro nazionali ed internazionali.




Tutti i diritti sono riservati

sabato 30 dicembre 2017

Davide Bolzonella critica la copertina di: Musica in Cantina, Viaggio nell'Immaginario Underground della Rock Poster Art Italiana

"La vita del designer è una vita di lotta contro il brutto." Massimo Vignelli

Davide Bolzonella è un art director che negli anni '80 ha maturato una grande competenza professionale nel campo dell'impaginazione e della grafica editoriale; ha lavorato con gli editori di libri e riviste più importanti, con i leader del mercato italiano come Electa, Mondadori, che all'epoca aveva delle nicchie di mercato piuttosto evolute, oltre che per Condé Nast che ha una copiosa serie di riviste ancora sul mercato ai nostri giorni. Tra i periodici più importati, naturalmente citiamo Vogue Donna. Ancora oggi Bolzonella si occupa di grafica editoriale e di altre forme di grafica e coordina l'immagine editoriale quando un editore non è strutturato per la realizzazione di progetti che vanno curati adeguatamente.
Ho sottoposto all'attenzione di Davide Bolzonella il libro che ho realizzato per lo scorso Basement Party, in modo da capire se l'immagine esposta in copertina era adeguata alla tipologia del prodotto culturale proposto.
Ho deciso di parlare di questo argomento sulle pagine di "Frammenti di Cultura" perché molti lettori potrebbero essere interessati a questa analisi ed eventualmente per stimolare un piccolo dibattito tra gli addetti ai lavori e coloro che hanno contribuito all'ideazione dell'immagine. Premetto che io ho gradito molto il disegno realizzato da Brillantina Moretti e trovo che il suo segno ed i suoi contenuti abbiano portato allegria e freschezza ad una pubblicazione che poco, o nulla, ha di commerciale. TG

Copertina del libro di Tony Graffio Musica in Cantina
Musica in Cantina Viaggio nell'Immaginario Underground della Rock Poster Art Italiana

Davide Bolzonella: Il prodotto editoriale, sia nella linea editoriale libraria, che nella linea editoriale dei periodici è sempre stato molto povero, di conseguenza in questi settori si investono pochi soldi nei professionisti della grafica. Diverso è il discorso per il settore farmaceutico, piuttosto che per coloro che si occupano degli allestimenti fieristici o della comunicazione in senso lato. 

Tony Graffio: Caro Davide, vorrei chiederti di darmi una lettura oggettiva di ciò che leggi nella copertina di Musica in Cantina, anche se questo volesse dire esprimere delle critiche ad un libro al quale sono molto legato e del quale sono piuttosto soddisfatto. Vorrei un tuo parere professionale sul significato di quello che vedi, ma anche sull'esecuzione del lavoro e su come si presenta il libro.

DB: Sulla copertina appare subito evidente la scritta "Musica" che sia per la scelta del carattere, che per la sua composizione, risulta essere molto legata al Jazz; vuoi perché è isolato come si fa per le testate, vuoi perché sembra fatto per timbrare e personalizzare qualsiasi tipo di illustrazione. E' musicale per come si intende la parola musica; quello che dà senso a questa scritta sono le illustrazioni avulse da qualsiasi linea di cultura. Oggi tutti i segni sono passati sulla stampa cartonata del fumetto, ma un tempo questo tipo di disegnini erano abbastanza caratteristici degli anni '50. Le ragazze del disegno non sono particolarmente localizzate e poco sembrano aver a che fare con la musica suonata dal vivo; sono però delle spettatrici di un evento musicale che si divertono, lo si capisce da come sono disegnate, da come si muovono e dagli orpelli che hanno addosso e non solo da come sono vestite. Tutto questo caratterizza la parola musica portando il contenuto del libro, che peraltro si presenta in modo molto serio, ad un livello abbastanza popolare. Per popolare intendo qualcosa abbastanza lontano dalla cultura musicale, significato che invece sarebbe stato diverso mantenendo la sola scritta: "musica" priva di altre illustrazioni.

TG: Separare il titolo dall'illustrazione connota il libro come il frutto di una cultura Underground?

DB: Sì, sovrapporre la scritta a qualcosa di non noto, che potrebbe essere un teschio, osservandolo bene, ma potrebbe essere anche un qualsiasi disegno crea già un rapporto con questo mondo. Inoltre, si aggiungono le parole: "in cantina" che si percepiscono collegate a musica. Queste parole ti orientano verso un contenuto Underground che poi viene negato da un'illustrazione che ti fa interpretare diversamente le parole "in cantina". Se tu avessi tolto l'illustrazione e lasciato solo la scritta avresti incuriosito maggiormente il pubblico, mentre l'illustrazione delle ragazze condiziona il lettore e lo circoscrive a questo tipo di linguaggio. Io in copertina avrei  messo l'elenco degli intervistati, perché sono dei nomi che possono chiarire il contenuto e dare un'interpretazione alla parola: musica.

TG: Avere una bella illustrazione in copertina è stata una mia richiesta che aveva la necessità di far capire che questo non è soltanto un libro fatto di parole, ma anche di immagini.

DB: Sono d'accordo sul fatto che privilegiare l'illustrazione può attirare maggiormente l'attenzione, ma questa non è una bella illustrazione.

TG: Perché non è una bella illustrazione?

DB: Perché trovo più interessante il disegno di WonderBee che ha un "graffio" educato, di ricerca che lascia trapelare il segno di un'illustratrice donna.

TG: Sì, l'ha disegnato una donna.

Il disegno graffiante a cui si riferisce Davide Bolzonella

DB: Il disegno di WonderBee è più legato alla moda, mentre quello della copertina è più banale, come tipo di illustrazione e nasce e muore sul libro. La grafica inserita all'interno è molto interessante e la trovo bella anche per aver inserito all'interno dei disegnini che mi portano a pensare al bar ed a qualcosa che dà movimento ed è anche molto più esaustiva. Inserendole un titolo, avrebbe potuto essere già una copertina.

La grafica che piace a Davide Bolzonella

TG: Io però avevo chiesto un'illustrazione in copertina...

DB: Allora avresti potuto prendere il disegno di WonderBee.

TG: La IV di copertina come ti sembra?

DB: E' una texture che lascia il tempo che trova.

TG: A me piace e poi è sempre un'immagine che si ricorda.

DB: Non ho bisogno di ricordarla, non mi dice niente, fa giusto da fondo in modo che se l'appoggi non si sporca... O se si macchia non te ne accorgi. E' quasi una necessità d'uso.

TG: Il libro non si macchia comunque perché è plastificato...

DB: Sto guardando i poster... Forse, la copertina poteva essere anche una raccolta di poster. Trovo i disegni in bianco e nero di WonderBee più vicini al contenuto del libro. Il disegno di copertina è stato fatto da un'altra mano.

TG: Certo però è stato fatto da un illustratore che ha contribuito al libro sia con una sua intervista che con i suoi poster che effettivamente è appassionato degli anni '50 e di musica Rockabilly.

DB: Però negli anni '50 quel tipo di disegno si utilizzava sugli oggetti di casa, come era il caso dei prodotti commercializzati dalla Standa. Su certi tessuti e sui bicchieri comparivano quel tipo di disegni.

TG: L'utilizzo di questi disegni che un tempo erano destinati, diciamo a prodotti di tipo casalingo, sulla copertina di un libro può essere vista come un'innovazione grafica?

DB: Certi disegni li avevo già visti fare negli anni '30. Certi disegni sfumati allora erano un'innovazione. Riprendere oggi certe grafiche fasciste o nello stile della Corazzata Potëmkin o i bozzetti delle scenografie già visti è un'innovazione perché si tratta di disegni talmente datati che adesso vengono ricordati e visti attraverso un nuovo filtro. Riproporre disegni anni '50 mai visti che non hanno mai fatto storia sono solo quello che vedi, una cosa che non interessa perché non sollecita curiosità.

TG: Non sono molto d'accordo...

DB: Queste figure sulla copertina sono ragazze in carne che non si sanno truccare ed esprimono una subcultura, ma se questo è quello che volevi ottenere l'hai ottenuto.

TG: Beh certo, volevo dare l'idea di uno spaccato di vita Underground e ritengo che già dalla lettura che hai fatto tu questo elemento emerga con forza. Non avevo interesse a spingere commercialmente un libro che ho pubblicato in tiratura limitata, ma volevo connotarlo fortemente come qualcosa di unico.

DB: Ma l'Underground non è qualcosa di negativo, è qualcosa di alternativo alla cultura ufficiale. I carbonari non era gente sporca, era gente che non poteva apparire ufficialmente.

TG: Quindi questa è una copertina che può funzionare, per te?

DB: No, io questa copertina la butterei via subito. Fai anche presto perché copri tutto e tieni solamente la grafica nell'angolo che è bellissima. Oppure, nella prossima copertina puoi mettere l'elenco di chi hai intervistato.

TG: Non sarebbe da mettere eventualmente sul retro questo elenco?

DB: No, perché questo è quello che ti fa vendere il libro. La copertina è la sintesi del contenuto.

TG: Va bene, ma io volevo un'illustrazione in copertina...

DB: In questo caso è la scritta che illustra, il disegno ti disorienta. Oppure va bene averlo come hai fatto, come intervallo tra i capitoli. L'illustrazione è quello che appare, non è necessariamente un disegno.

TG: Le tue conoscenze di marketing le hai apprese lavorando e risolvendo i problemi che ti ponevano i clienti?

DB: Io ho avuto la fortuna d'avere un insegnante che si chiamava Massimo Vignelli che ho incontrato nel 1968 quando avevo 18 anni proprio qui vicino (durante la chiacchierata eravamo al Palazzo della Triennale di Milano), in via XX Settembre mentre allestivano la mostra del Grande Numero che forse è stato il più bello e scenografico evento della Triennale con contributi anche di Gae Aulenti. Poi, ho continuato a studiare con Bob Noorda e Giancarlo Iliprandi che ho seguito fino all'anno scorso quando è morto a 92 anni. Ho seguito anche tutta una serie di grafici e architetti come Franco Albini che facevano parte di un percorso sui linguaggi grafici.

TG: Per te, questa immagine che ho proposto in copertina è un po' troppo naïf?

DB: Bravo, l'hai trattata bene. Non puoi accostare un'immagine di quel tipo ad un carotaggio di una cultura parallela a quella che esiste oggi.

TG: A me piace.

DB: Certo, altrimenti non l'avresti utilizzata, ma sei fuori tema.

TG: Ho dato carta bianca al disegnatore, gli ho chiesto di rappresentare delle ragazze in un ambiente festoso perché  il libro era in qualche modo abbinato all'evento del Basement Party ed, in parte, era anche una specie di catalogo che riportava alcuni poster esposti a Jesi. Brillantina Moretti mi ha proposto questa immagine che a me è piaciuta molto.

DB: Ma forse lui non era a conoscenza del contenuto. Gli hai fatto leggere il libro prima di farglielo illustrare?

TG: No, ma lui sapeva di che cosa parlava. Lui stesso è tra gli intervistati...

DB: Ha visto l'elenco degli autori?

TG: Sì, lo ha visto.

DB: Io non l'avrei fatta così quella copertina. Io ho illustrato una rivista politica di Claudio Martelli che è stata pubblicata per tre anni. Abbiamo reinventato Mondoperaio, abbiamo rifatto tutto che era diventato Mondo Opera Io scomposto in tre argomenti trattati in modo indipendente e facendo un passo avanti da quel Mondo Operaio che era un termine amorfo senza spessore né emozione. Già in quegli anni si trattava di un modo interessante di riproporre una testata storica. In quel caso, ho fatto delle illustrazioni politiche, ma io non posso pensare di fare illustrazioni quando ci sono già delle scritte che eredito da altri, tipo quella che mi hai fatto vedere.

TG: Anche quella è opera del poster artist...

DB: Bene, prendo l'opera di un altro per rappresentare quello che racchiude. Non devo essere protagonista, ma un interprete che dà una veste grafica ad un volume. Per essere obbiettivamente all'altezza di comunicare quello che poi qualcuno andrà a leggere devo attenermi a quello che trovo nel frontespizio. Anche come colore; infatti il rosso l'hai usato da subito. Non c'è altro da aggiungere, ma non volevo dare giudizi troppo critici.

TG: No, figurati, ti ringrazio per quello che mi hai fatto capire, era una mia richiesta conoscere l'opinione di un esperto. Ad altre persone però la copertina è piaciuta molto, anche nei colori utilizzati che sono il rosso il nero e il bianco e tutti mi hanno dato conferma di un certo gradimento nei confronti di un prodotto al quale hanno riconosciuto una certa eleganza...

DB: Sono tornato ieri dalla Biennale di Venezia; lì ci sono due luoghi importanti destinati all'esposizione: ci sono i giardini con i piccoli padiglioni e il padiglione Italia, luoghi che propongono il meglio degli artisti che vengono invitati a questa manifestazione. L'altro luogo deputato alla mostra è l'Arsenale di Venezia. Il mio giudizio finale sui giardini che ho visto nella loro interezza, forse saltando soltanto il padiglione della Francia, è che si tratta di un saggio di fine anno di artisti internazionali che scomodano il mondo intero per andare a vederli in un luogo d'elezione, perché solo lì per tradizione puoi vedere queste opere che sono il meglio dell'arte contemporanea, quello che hanno imparato studiando arte. Si tratta di lavori già visti, non approfonditi e cose che io da grafico, insieme a Max Huber facevo come esercizi di colore molti anni fa...

TG: Conoscevi bene Max Huber?

DB: Sì, è stato un mio insegnante.

TG: Puoi dirmi qualcosa di lui?

DB: Ho un ricordo simpatico di lui di quando tiravamo i petardi insieme con la cerbottana. Io ero un ragazzo e lui era un insegnante istrionico che si permetteva di giocare con noi, forse per essere più in sintonia con i suoi studenti. Lui era un grafico-artista che non aveva fatto una scuola di comunicazione. Era una persona dotata della capacità di muovere delle masse, dei volumi e dei colori. Da lui sono venute anche delle cose discutibili come l'Esselunga che non è un lavoro degno di particolare nota, se non per la sua facile memorizzazione, cosa che conferma come quel logo non potesse essere fatto meglio. Bob Noorda, altro mio insegnante, aveva fatto un'intervento simile per Coop andando a cercare un'armonia particolare per il lettering che ha avuto ben altra evoluzione grafica. Il logo Esselunga fa un po' il verso a Pirelli, è bruttissimo, però è vincente perché anche senza dover fare pagine di pubblicità si identifica facilmente.

TG: A suo tempo Max Huber non è stato tanto considerato, perché?

DB: Allora i pubblicitari erano pochi, venivano anche da Architettura, mentre i "Copywriter", negli anni '60 e '70 arrivavano dalla facoltà di Legge. A Milano trovavano tutte le agenzie pubblicitarie e qui venivano a lavorare. Huber veniva dal mondo dell'arte; prima del computer bisognava avere un'abilità manuale che lui aveva, mentre adesso non è più richiesta. Anche Bob Noorda era molto bravo a disegnare a mano libera, tanto che si permetteva di scrivere con un pennellino a corpo 7 per Ballecchi, al quale faceva i bozzetti a mano per le copertine. Ma questa è un'altra storia. A quei tempi erano così pochi in questo settore che riuscivano ad assurgere subito alla notorietà, grazie ai loro clienti. Loro sono stati abbastanza fortunati perché a Milano hanno trovato una vetrina per farsi conoscere.

TG: Adesso si lavora in équipe; è più difficile che un solo creativo si occupi di un prodotto?

DB: Adesso, il contenuto del messaggio è stato spacchettato. Giustamente è tutto più articolato, non c'è solamente una disciplina che se ne occupa. Io, per esempio, occupandomi di allestimenti fieristici, ho imparato a trattare i contenuti e non solo i volumi. Gli altri hanno molto da insegnarci, specie in una lunga esperienza lavorativa. E' un po' come l'architetto che faceva il modellino; adesso ti rivolgi direttamente a chi si occupa di realizzare i modellini e tu vai avanti a fare l'architetto. Fai quattro schizzi, passi il tutto all'assistente collaboratore che interpreta quello che tu vuoi fare e aggiunge qualcosa di suo, anche perché i lavori sono diventati talmente articolati che tu non puoi fermarti a te stesso, altrimenti faresti un unico lavoro nella vita. Io stesso negli anni '90 e 2000 avevo uno studio chiamato G&R e associati (Grafici e Redattori ndDB) che forse era il più grande di Milano e avevo più di 20 collaboratori, ma le persone erano tante perché tanti erano i lavori da svolgere e poi ognuno aveva bisogno di uno o due referenti perché ci eravamo articolati così. Abbiamo realizzato anche scenografie per teatri, come per il "Pollicino" presentato al Fraschini di Pavia, ma adesso per noi non sarebbe più possibile seguire un lavoro di quella mole. Adesso, si formano dei gruppi a tempo per un certo progetto, è cambiato il modo di lavorare e poi ai nostri giorni c'è il computer che semplifica molto le cose e accorcia i tempi delle lavorazioni.

TG: Per ogni tipo di lavoro bisogna capire qual è il nostro target?

DB: E' fondamentale. Come per il libro che adesso sto preparando per Tomaso Kemeny, dove voi tutti avete fatto i poeti poetando sull'argomento denaro, sulla scalinata che porta al Palazzo della Borsa. Su quella copertina ho messo una marionetta ispirata a Majacowskij con il volto rosso e nero che nelle pupille ha il simbolo dell'euro e quello del dollaro.

TG: E' la copertina che fa vendere un libro?

DB: Sì. Ultimamente, un amico che realizza siti web mi ha raccontato che ha fatto la promozione per un libro che è andata talmente bene che il libro ha dovuto essere ristampato. Si tratta di un giallo, una lettura anche quella di nicchia, come la poesia.

TG: Quando la gente non legge, tutti i libri sono di nicchia.

DB: Una volta c'era il Giallo Mondadori al quale il lettore era abbonato. Adesso il Giallo è un genere che sta riprendendo quota ed il fatto che un libro venga ristampato, non perché è scritto bene o perché l'autore è importante, ma solo perché la copertina ha funzionato promuovendola in video è un caso abbastanza particolare. In quel caso, la copertina ed il linguaggio del mezzo utilizzato per la promozione sono stati vincenti.

TG: Per concludere, che cosa mi consiglieresti di fare per il mio libro autoprodotto?

DB: Il canale che tu hai è anche il limite dell'interesse. Potresti dedicare una parte del tuo sito alla lettura del libro a pagamento, oppure chiedere un abbonamento per la lettura del tuo blog, come già fanno le riviste di cultura.

TG: Ma se dovessi ristampare in modo più economico il libro?

DB: Prenderei quello che tu hai già in casa e per la copertina utilizzerei la grafica con il titolo.


Conversazione avvenuta il 26 novembre 2017.

giovedì 28 dicembre 2017

Speciale Basement Art & Culture 27a Parte: tiriamo le conclusioni con Sonny Alabama

"You are never too old for R'n'R!" Anonimo


Sonny Alabama durante i preparativi del Basement Party.
Sonny Alabama durante i preparativi del Basement Party.

Ultime battute sul Basement Party con Sonny Alabama.

Tony Graffio: Caro Sonny, siamo alla sera di domenica 19 novembre, il Basement Party si avvia alla fine, alcuni espositori sono già partiti e presto anche gli altri chiuderanno i loro stand; abbiamo assaggiato la birra Wallop e ci apprestiamo a chiudere i battenti, tiriamo qualche conclusione. Com'è andato questo festival della cultura di strada e degli artisti Underground?

Sonny Alabama: Molto bene, ho visto molto interesse nella cittadinanza e anche molta partecipazione; con questa edizione ritengo che abbiamo fatto un salto di qualità. Un po' ce l'aspettavamo e siamo contenti, perché a livello organizzativo ci siamo impegnati a fondo. Abbiamo lavorato per quasi quattro mesi affinché tutto andasse per il meglio e alla fine abbiamo ottenuto dei risultati che in parte speravamo di raggiungere, ma che in parte ci hanno anche sorpreso. Sono arrivati molti visitatori da Pesaro, dall'interno delle Marche, dal Sud della Regione e da altre parti d'Italia. Possiamo dire che abbiamo avuto un buon successo; soltanto ieri abbiamo avuto circa 2000 visitatori e anche oggi ne aspettiamo altrettanti, nonostante la Galleria del Cotton Club chiuderà verso le ore 21-22.

TG: Purtroppo, noi espositori che veniamo da Milano, Roma, Torino, Bologna e via di seguito, ci prepariamo al rientro a casa perché, nonostante tutto, la strada è lunga ed il viaggio richiede qualche ora. Non potremo goderci il Basement Party fino all'ultimo minuto, ma ringraziamo te, Giacomo, Jerry e tutti gli altri ragazzi che hanno contribuito al successo di questo evento per averci messo in condizione di divertirci e di poter esporre i nostri lavori nel modo migliore.

SA: Il momento dell'addio è sempre doloroso, ma in questo caso vuol dire che prima è andato tutto bene. Tutto si alterna come lo Yin e lo Yang, se adesso c'è un po' di tristezza, vuol dire che tra qualche mese tornerà l'allegria in occasione di un prossimo appuntamento.

TG: So che ci sono stati anche dei momenti difficili... Che cosa è successo ieri sera al TNT?

SA: Nonostante la defezione dell'ultimo momento del gruppo principale,
 il Colle der Fomento che doveva tenere un concerto al TNT, siamo ugualmente riusciti a tamponare questa assenza. Abbiamo avuto una partecipazione di pubblico fortissima con più di 700 spettatori paganti per un biglietto dal prezzo super-popolare di soli 3 euro. Ne approfitto per ringraziare i ragazzi del TNT che ci hanno dato la possibilità d'utilizzare quello spazio e di personalizzarlo secondo il nostro stile ed anche per averci dato una mano all'ingresso e dietro al bancone del bar. Ci ha fatto piacere essere presenti in questo Centro Sociale: è da qui e dagli squat che partono tutti gli artisti della scena Underground, perché questi sono gli unici spazi che danno visibilità ai giovani e ci faceva piacere ricordarlo.

TG: Sonny, a questo proposito volevo chiederti: volete restare Underground oppure volete diventare un nucleo trainante della cultura marchigiana?

SA: Noi vorremmo essere entrambe le cose, il nostro obiettivo è quello di allargare il raggio d'azione dell'Underground, o meglio, raggiungere un pubblico più grande, mantenendo un'impostazione Underground che proponga un'arte senza compromessi che non voglia per forza piacere a tutti. Questo sarà un aspetto importante che terremo sempre in considerazione, cercando però di farci conoscere meglio, facendoci apprezzare per quello che siamo veramente. Da questo punto di vista, posso rassicurare tutti sul fatto che non ci snatureremo per compiacere qualcuno, altrimenti il Basement non sarebbe più quell'evento spontaneo e genuino che ha già conquistato tantissime persone e che dà voce a chi ha meno occasione di mostrare i suoi lavori.

TG: Effettivamente, è importante che in un evento come questo non si paghi per esporre, ma anzi si venga sostenuti dall'organizzazione che in questa edizione è riuscita perfino a trovare una sistemazione nei B&B della zona per chi veniva da lontano. Inoltre, voi siete riusciti a fare qualcosa di veramente molto importante che io a Milano non sono riuscito a fare capire ai privati ai quali avevo chiesto l'utilizzo di uno spazio per allestire una mostra collettiva. Avete portato gli artisti indipendenti ed il pubblico, sia nei centri sociali che all'interno delle istituzioni, unendo forze apparentemente contrastanti. Come ci siete riusciti?

SA: Abbiamo trovato persone intelligenti che hanno collaborato con noi. Per questo, ringraziamo la Pinacoteca Pianetti nella persona di Simona Cardinali che è la direttrice del museo civico più importante della città. E' un modo per valorizzare i giovani, ma anche per rendere le strutture pubbliche aperte a nuove forme d'arte e di pensiero, dando il segnale che anche le amministrazioni pubbliche possono dimostrarsi lungimiranti e vicine alla gente. Alcune persone hanno capito che potevamo portare dei contenuti ad un contenitore che è la nostra città. Siamo contenti anche della collaborazione che abbiamo ricevuto dai locali del centro, come il Man Cave, dove venerdì abbiamo tenuto un paio di concerti eccezionali, una Dj session dirompente e degli allestimenti strepitosi per gli artisti in mostra. Anche i privati ci hanno appoggiato e noi abbiamo potuto allestire le esposizioni anche presso di loro che giustamente si sono sentiti parte integrante del Basement Party. Il Basement è il pubblico, ma sono anche gli artisti, gli organizzatori ed i locali che ci ospitano. Il Basement è un tutt'uno composto da una rete di relazioni sociali importantissime. Il nostro obbiettivo è quello di tornare a vivere insieme, in modo ludico, le proposte artistiche e culturali che si articolano durante le giornate e le serate che proponiamo negli spazi che abbiamo a disposizione.

TG: In questo periodo storico piuttosto difficile, in molti fanno fatica ad arrivare a fine mese; i giovani difficilmente riescono a trovare una loro collocazione nel mondo del lavoro ed anche le persone più in là con gli anni vedono rimettere in discussione i loro diritti. Davanti a queste situazioni molta gente si sente impotente, ma possiamo dire che grazie al dialogo tra realtà diverse c'è anche una presa di coscienza generale, sia a livello sociale che economico, che fa comprendere che non c'è più molta distanza tra le classi più svantaggiate e la classe media. Stiamo tutti diventando un po' più poveri e dobbiamo aiutarci di più in questo tipo di società in cui anche i valori umani erano stati messi un po' in discussione. Fare gruppo può aiutarci ad affrontare questi problemi?

SA: Certamente. E però anche importante che le istituzioni si riavvicinino alla gente e comprendano che il tessuto sociale si debba ricompattare, piuttosto che dividere in antagonismi sociali o politici. Le istituzioni non vanno colpevolizzate a priori, ma anche l'idea di aprire e far vivere i centri sociali è giusta. In questi contenitori, la differenza la fa chi ci sta dentro; bisogna che chi ha delle proposte da fare si incontri con chi ha la possibilità di gestire certe situazioni, come è accaduto nel caso di Basement, di Bloody Sound Fucktory, o altre realtà locali.

TG: La cosa che ritengo positiva è che gli eventi da voi proposti sono davvero alla portata di tutti, anche per la serata di ieri che accoglieva un concerto dal vivo e tre DJ session di DJ Oskee; DJ Macca e DJ Bruno, tre colonne portanti dell'intrattenimento musicale delle serate delle vostre zone.

SA: Verissimo, a questo proposito volevo riagganciarmi a quanto dicevi precedentemente sulla crisi e la mancanza di soldi, perché è un discorso molto interessante. Uno dei modi per uscire da questo periodo difficile è dare valore alla cultura, perché la cultura genera turismo, socialità e fermento. La cultura è il nostro petrolio.

TG: Sonny, a proposito di turismo, io so che tu sei originario di Chiaravalle, ma che da quando ti sei sposato ti sei trasferito qui a Jesi, pertanto ti consideri anche jesino... Mi spiace, ma devo farvi un appunto, perché per quanto mi possa piacere la vostra bella città, ho notato che la domenica è difficilissimo trovare una pizzeria aperta, un bar o un ristorante. Perché? Vogliamo provare a tenere aperte certe attività commerciali, come ristoranti e negozi anche alle 3 del pomeriggio dei giorni feriali?

SA: Certo, su questo hai ragione. Infatti noi abbiamo messo dei contenuti in questi locali, abbiamo portato le mostre proprio per renderli più accoglienti, dare motivo alle persone di uscire prima e fare in modo che i locali restino aperti più ore. Delle 2000 persone che sono venute qui a Jesi per il Basement, molte dopo sono andate a bersi un caffè o una birra o a mangiare un gelato, una pizza. Hanno pagato il parcheggio ed hanno contribuito in vari modi all'economia della città e questo dimostra che la cultura e lo spettacolo fanno businness. Con la cultura cresce il livello sociale delle persone e anche la loro umanità.

TG: Pensi che i tempi siano maturi per richiedere il Palazzo della Signoria al Comune per almeno tre giorni da destinare a mostre e iniziative culturali di un prossimo Basement?

SA: Visto il proficuo rapporto intercorso tra noi e l'amministrazione comunale, sicuramente proveremo a proporre una soluzione di questo tipo, chiedendo di poter utilizzare spazi prestigiosi.

TG: Sonny è ora di uscire dalle cantine!

SA: Bisogna uscire ed entrare, come in un cerchio, alimentando una cosa e l'altra, perché non esiste una cultura alta ed una cultura bassa, ma un'unica cultura.